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Il gruppo Son de Roma è una formazione romana di musica latinoamericana nata nel Settembre del 2005 in occasione della Festa per l’Indipendenza del Messico.
La sua musica è un viaggio immaginario per il continente sudamericano, attraverso la sua poesia e i suoi ritmi, in cui si evocano epoche passate e presenti e si ricordano con ammirazione rispetto ed affetto gli autori e i compositori che nel tempo hanno forgiato ciò che oggi conosciamo come America Latina.
Il gruppo ha ricevuto in poco tempo il calore e l’affetto del pubblico romano e italiano ed è stato riconosciuto come unico nel suo genere per esecuzioni che non si limitano ad uno solo dei tanti stili musicali del continente sudamericano ma che riflette il suo spirito attraverso un vasto e vario repertorio. Son de Roma interpreta la musica latinoamericana in tutta la sua ricchezza e ampiezza con rispetto per la tradizione e apertura alle influenze più varie che vanno da quella jazzistica e balcanica a quella mediterranea.
La differenza culturale, che già in America Latina è grandissima, viene unita a quella delle differenti regioni d’Italia in sintonia con i tempi che corrono e le influenze che la attraversano. La musica e le informazioni che ci sono arrivate sono tante, non possiamo vantarci di essere campesinos, né la gioventù del ’68: siamo la generazione di blue jeans e maglietta, non del pantalone di panno e del poncho; quelli del berretto e non del cappello di paglia. L’appartenere ad una generazione, la ricerca ed il coltivare le radici da parte di chi di noi è lontano da casa, la curiosità di chi di noi ha conosciuto il Nuovo Mondo attraverso la letteratura e i media è quello che più ci unisce oltre ogni differenza culturale.
IL PERCHE’ DEL NOME
La parola Son è un termine castigliano, oltre ad essere la terza persona presente del verbo essere e il nome di alcuni generi musicali latinoamericani (son cubano, son huaxteco, etc..), e significa una melodia pegajosa, orecchiabile una canzoncina che rimane nella memoria per sempre. Noi la intendiamo in quest’ultima accezione. E’ la melodia che sta nell’orecchio di tutti come la canzone della culla o come le canzoni che ascoltavamo cantare da nostra madre mentre faceva le faccende di casa. Son de Roma, d’altra parte, in dialetto romanesco indica la provenienza, l’origine da Roma, come anche in spagnolo. Con il doppio senso e la ironia diamo luogo ad un’integrazione culturale e, usando le parole di Garcia Marquez, cerchiamo di vivere come uguali nelle differenze.
In questo modo la fisarmonica ci riporta alle sonorità del Mediterraneo, la tromba e il sassofono evocano il jazz. La chitarra, il charango, il cuatro, il tiple e il très cubano danno il caratteristico sabor criollo che, unito al basso, che a tratti ci ricorda gli anni ’60 e ’70, finisce per inquadrare l’universo sonoro dei Son de Roma. Tutto questo combinato alle percussioni latine (bombo legüero, bongò, congas, cajòn) e con le voci, che si intrecciano con accenti differenti ma nella stessa lingua, creano l’unione di culture, e attraverso ponti immaginari porta alla condivisione di sentimenti comuni che anche se lontani geograficamente sono vicini per il modo in cui li cantiamo.
Nel gennaio del 2009 ha pubblicato il suo primo disco: SIN PERDER LA POESIA.
Questo lavoro rappresenta il viaggio del migrante che si trasforma in turista curioso. Il viaggio su antichi mezzi per arrivare a luoghi antichi e condividere sentimenti comuni tanto vecchi come l’uomo stesso. Il trittico della nostra copertina, opera del artista Max Forestieri, racconta la nostra storia: il furgoncino tipico colombiano (la chiva) che attraverso la Costa Pacifica incontra le rovine del Messico, Nazca e San Agustìn, attraversa le Ande e sotto lo sguardo perplesso di un condor prende una nave in un porto qualsiasi dei Caraibi, passa per la Sicilia con il suo Etna fumante e arriva a Roma, davanti al Colosseo, dove si incrociano immaginariamente la Via dei Fori Imperiali e la strada Panamericana.
L’incontro delle due grandi vie non è solo casuale, è il crocevia dei molti cammini musicali, è la “Culla delle Civiltà” che si domanda perché la chiamano culla quando si sente meno antica di quello che si pensava. Nello stesso modo nessun ritmo melodia o armonia è più importante dell’altro. L’incontro di culture musicali è inteso come forma e luogo del conoscersi e riconoscersi in un mondo nel quale siamo più simili di quello che pensiamo. Con il codice dei suoni, anche se complesso e talvolta ermetico, si possono attraversare le frontiere più difficili, saltare i muri più alti.
“Sin perder la Poesìa” rappresenta un passo avanti e la maturazione di uno stile che combina vari generi musicali. La chitarra, perno del gruppo, viene arricchita dalla fisarmonica che rimpiazzando la seconda chitarra (o la prima a seconda dei casi), prende il très come base per eseguire il tumbao cubano con una timbrica dal sabor mediterraneo. La percussione richiama i suoni della costa, dell’interno e le due insieme, realizzando l’universo e il punto di partenza del viaggio immaginario dei Son de Roma. Con la tromba, il basso, e le voci si completa la fisionomia del poliedro sonoro con il quale, come molti hanno affermato, “ci permette di ballare pensando”.
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